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Il cinema e la televisione hanno sempre più spazi in comune. Ma anche questo modo di fare film sembra essere saturo. Allora, in che direzione va la nostra commedia?

La commedia italiana dei nostri giorni

Il cinema e la televisione hanno sempre più spazi in comune. Ma anche questo modo di fare film sembra essere saturo. Allora, in che direzione va la nostra commedia?

Puntuali come panettoni e torroni, i comici natalizi sono l’avamposto più battagliero della commedia all’italiana. Proprio da qui bisognerebbe partire, allora, per tentare un bilancio semiserio della commedia nell’anno appena trascorso, ma anche per identificare l’ultima tappa di un percorso molto più lungo: dove va (domanda millenaristica) la commedia all’italiana? L’agone natalizio, innanzitutto: poco nutrito quest’anno, per i parti prematuri di Ceccherini e Panariello, per le pause di riflessione di Pieraccioni e Verdone, per il ritardo di Nuti, previsto a febbraio. Ma basterebbero per le prime considerazioni il nuovo film di Aldo, Giovanni e Giacomo (“Chiedimi se sono felice”), il nuovo Salemme (“A ruota libera”) e l’ennesimo Neri Parenti di “Bodyguards”.
Secondo un processo iniziato negli anni ottanta, la televisione ha colonizzato la commedia, esportando nel cinema il respiro breve dello sketch (l’esempio più clamoroso è stato Verdone e il suo travaso dei personaggi televisivi nei film a episodi dell’inizio). Il risultato, anche per gli autori di tutt’altra provenienza, è un clima generale di disfattismo narrativo, per cui, raramente, una commedia ha oggi una struttura solida e compatta e si abbandona invece al predominio incontrastato della gag. Qualcuno potrebbe dire: e allora? Questo escluderebbe per forza risultati validi? Ovviamente no, anzi, ben venga una comicità anarchica e frammentaria. Il problema è che la commedia di casa nostra, con la doverosa eccezione delle farse di Vanzina e Parenti, in questo senso più coerenti e onesti, mantiene aspirazioni da commedia “sofisticata” con tanto di retrogusto malinconico, piccole storie d’amore, divagazioni esistenziali. Dopo aver perso cioè ogni reale aspirazione satirica e ogni traccia di uso espressivo del corpo, i comici nostrani degli ultimi vent’anni (se si escludono i tentativi più lucidi ma sempre irrisolti di registi come Virzì o la Comencini) non hanno saputo fare il salto verso una commedia più raffinatamente “borghese” e crepuscolare e sono rimasti in un limbo poco fruttuoso. Poco fruttuoso naturalmente per chi guarda, fruttuosissimo per loro, che incassano miliardi al botteghino, ma ormai per puro riflesso condizionato dello spettatore.
Il sintomo più pericoloso per questa commedia all’italiana è, tuttavia, da collegare stavolta alla drammatica situazione del cinema nazionale tout court: la ripetizione. Leggiamo da un quotidiano: a febbraio il nuovo film di Nuti, “Caruso zero in condotta”, ha un protagonista, Caruso che fa lo psichiatra, che nulla avrebbe a che vedere, secondo il suo autore, con il fu Caruso Pascovski. Il cinema italiano, detto per inciso, non ha e non fa una lira. Fatta questa premessa, gli unici a portare a casa incassi doviziosi sono proprio i comici: tale responsabilità produttiva lascia poco spazio di manovra e ogni comico è costretto, una volta azzeccato uno schema, a ripeterlo all’infinito, fino a trasformarlo in una vuota formula. Spiace dunque vedere che Pieraccioni e Salemme fanno sempre esattamente lo stesso film, che Verdone, dopo diversi tentativi di emancipazione, non riesce comunque a togliersi di dosso il suo logoro personaggio, che Aldo, Giovanni e Giacomo, insomma, continuano a innamorarsi della Massironi. Spiace che per il 2001, molto probabilmente, dovremo riscrivere a proposito le stesse identiche cose.
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