I "FRATELLI TERRIBILI" DEL CINEMA AMERICANO
La palma degli autori più iconoclasti ed originali spetta probabilmente a Joel ed Ethan Coen.
Nel panorama contemporaneo della cinematografia statunitense, sia quella indipendente sia la schiera di registi che lavorano a Hollywood, la palma degli autori più iconoclasti ed originali spetta probabilmente a Joel ed Ethan Coen. Praticamente in ogni loro pellicola hanno cambiato stile di regia, ed in molti casi anche la struttura della sceneggiatura dei loro film non ha seguito regole prestabilite. Pensiamo al loro penultimo lavoro, lo scoppiettante “Fratello, Dove Sei?” (O Brother, Where are Thou? 2000), che insieme ad una regia mirabolante ed istrionica ha accoppiato uno script all’insegna del nonsense e dell’accumulazione quasi casuale degli eventi, fino allo scioglimento finale. E pensare che hanno più volte sostenuto di essersi ispirati all’Odissea di Omero, senza averla neppure mai letta! Ma se allora il loro stile di scrittura e di messa in scena è così eterogeneo e vario, come mai riconosciamo subito un’opera dei fratelli Coen quando la vediamo? La costante stilistica, o meglio l’atteggiamento con cui questi due cineasti si sono sempre accostati alle loro pellicole, è sempre stato di lucidissima e calcolata “freddezza” della narrazione e delle riprese, tanto da essere paragonati spesso e volentieri (e non senza ragione) ad un altro grande “freddo” come lo era Stanley Kubrick. Sia sia girino un thriller come il loro lungometraggio d’esordio, “Blood Simple” (id., 1984), sia si cimentino nella commedia slapstick di “Arizona Junior” (Raising Arizona, 1987), o nel gangster-movie del bellissimo “Crocevia della Morte” (Miller’s Crossing, 1990), la sensazione che si ha quando si guarda una loro pellicola è di calcolato distacco, che rende il loro lavoro sempre interessante ed in un certo senso “scomodo” da giudicare; sembra, infatti, che i due “fratelli terribili” vogliano, con questo loro atteggiamento, deludere sempre e comunque le attese degli spettatori e dei critici, cimentandosi sempre nei generi classici americani per poi ribaltarne gli stilemi e le potenzialità cinematografiche. Pensiamo al loro “Fargo” (id., 1996), un noir dichiarato in cui però non vi sono né astuti poliziotti né tanto meno criminali incalliti ed infallibili, ma soltanto poveri sbandati mossi da pulsioni primarie e frustrazioni varie; ci viene in mente anche il bizzarro “Barton Fink” (id., 1991), trionfatore a Cannes, dove il protagonista è un commediografo di successo che, chiuso dentro un albergo (che rimanda direttamente all’Overlook di “Shining”) per scrivere una sceneggiatura cinematografica, si rivela invece un inetto, e viene provvidenzialmente aiutato dal commesso viaggiatore impazzito, molto più saggio ed esperto di lui. Come abbiamo dunque evidenziato, quello che un film dei Coen in apparenza promette, viene poi sempre del tutto disatteso, in favore di qualche altro tipo d’invenzione cinematografica. In questo senso, non hanno certo sbagliato i numerosi studiosi che hanno parlato di “registi-critici” invece che di “registi-cinefili”: l’operazione che i Coen, infatti, fanno è di smontare le strutture portanti del cinema e ricomporle a loro piacimento, spesso ricorrendo a vere e proprie regole letterarie ed ispirandosi a scrittori come Hammett e Cain, almeno per quel che riguarda i loro noir; e proprio questo loro ultimo film, “The Man Who Wasn’t There" (2000), si presenta secondo le modalità classiche del genere, con la variante però di essere stato girato interamente in bianco e nero. Interprete principale la “musa” dei Coen (e moglie di Joel) Frances McDormand, affiancata dal poliedrico Billy Bob Thornton. L’unico film in cui forse la loro calcolata freddezza intellettualistica è venuta in un certo senso meno è stato il divertentissimo “Il Grande Lebowski” (The Big Lebowski, 1998), commedia dell’assurdo che vede Jeff Bridges nei panni di uno stralunato e sarcastico ex-hippie, impegnato a giocare a bowling e vivere ai margini della società dei consumi, secondo la propria filosofia; il carattere del tutto gigione e sardonico del personaggio evidentemente ben si è accordato con quello dei due autori...
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