Dall’Iran all'India, le pellicole che sorprendono e meravigliano
L’ORIENTE CHE PIACE ALL’OCCIDENTE
L’ORIENTE CHE PIACE ALL’OCCIDENTE
Oggi, più che mai, le cinematografie dell’Asia (Cina, Giappone, Corea del Sud), dell’Iran e della prolifica India sorprendono e meravigliano, tanto da dominare i festival internazionali, dove è immancabile l’appuntamento con questo cinema di qualità, che resiste all’egemonia americana e impone nuovi talenti di fronte ai cineasti occidentali.
L’edizione 2000 del Festival di Cannes ha messo in luce questa eccezionale vitalità. L’iraniana Samira Makhmalbaf, con i suoi maestri erranti di Lavagne, ha soppiantato film più sofisticati, come Fratello dove sei? Dei Coen. E sebbene Dancer in the Dark del danese Lars von Trier abbia conquistato la palma d’oro, il cinese Jiang Wen ha vinto il Grand Prix, Tony Leung è stato proclamato miglior interprete maschile e il taiwanese Edward Yang miglior regista. I festival, cercando nuovi talenti per arricchire la loro programmazione, hanno anche fatto molto per imporre all’attenzione artisti importanti.
Anche la 58. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia 2001 è stata dominata dalle presenze orientali, sia con il film De l’eau tiede sous un pont rouge, di Shohei Imamura, che con l’attesissimo Millennium Mambo, di Hou Hsiao-Hsien, entrambi cineasti della nuova generazione, che ha manifestato una maggiore libertà di espressione nel trattare soggetti più violenti e di maggiore contenuto sociale.
Ma il vero successo di Venezia è stato il nuovo lungometraggio dell’indiana Mira Nair, Monsoon Wedding, che ha convinto la giuria ad assegnarle il Leone d’Oro. Così l’industria cinematografica tra le prime nel mondo, ovvero Bollywood, per indicare la Hollywood di Bombay e più in generale quella indiana, ha avuto il riconoscimento della critica internazionale e si prepara ad entrare in competizione con i film occidentali senza paura di non esserne all’altezza.
Certamente il livello di Monsoon Wedding e dell’altro kolossal bollywoodiano che invadrà i nostri schermi, Lagaan, già premiato dal pubblico al festival di Locarno e candidato indiano per gli Oscar, è più raffinato ed elevato della tradizionale industria del paese, che produce più di 600 film l’anno, visti da circa 100 milioni di persone!
Un famoso produttore portoghese, Paulo Branco, esprimendo un giudizio critico sulla produzione americana ed europea, dice: “Il cinema occidentale si è comodamente adagiato, i registi della Cina continentale, di Taiwan o di Hong Kong, così come quelli coreani, invece, devono battersi e dare prova d’immaginazione. Ciò conferisce ai loro film un carattere incisivo e audace”.
Così dopo aver disconosciuto le cinematografie orientali, l’Occidente è oggi disposto ad accoglierle. Marco Muller, che ha recentemente lasciato la direzione del festival di Locarno e ha coprodotto Lavagne della Makhmalbaf, afferma: “Abbiamo tutti un debito nei confronti del cinema americano, il primo linguaggio che abbiamo conosciuto. Ora scopriamo le cinematografie di altri continenti. La realtà occidentale aveva disperatamente bisogno di linfa nuova e questo apporto è venuto dal resto del mondo, da registi esclusi dall’ambente del cinema”.
Un altro bell’esempio di attività cinematografica ci viene dall’Iran. Sono film che ci rivelano più umanità di qualunque pellicola statunitense, freschezza e semplicità sono le chiavi del loro successo, senza dimenticare la storia di questo cinema: negli anni ’70, Abbas Kiarostami aveva già realizzato gli straordinari Traveller (1974) e The Report (1977), ma si è dovuto attendere il 1988 perché un suo film, Dov’è la casa del mio amico (1987), venisse proiettato fuori dal suo paese.
I film e i registi di lingua cinese prosperano, malgrado la censura e l’indifferenza del pubblico. A Cannes 2000, la Cina ha avuto clamoroso successo con In the mood for love, di Wong Kar-wai e, fuori concorso, con Crouching Tiger, Hidden Dragon (La tigre e il dragone) osannato dal pubblico di tutto il mondo, ma ostacolato in patria. Sono esclusi dai grandi circuiti anche i registi giapponesi, che realizzano film d’autore con pochi soldi, nella città più cara del mondo. Takeshi Kitano, per esempio, non potendo conciliare il suo lavoro come attore e produttore, ha deciso di passare lui stesso dietro la cinepresa e oggi si produce i film indipendentemente, cercando di distribuirli anche in Occidente, specialmente in Europa, dove è oramai molto apprezzato.
Insomma oggi il cinema orientale è sinonimo di qualità, anche se il pubblico di massa deve ancora abituarsi a questa pacifica e piacevole invasione. Le distribuzioni internazionali devono incoraggiarne maggiormente la produzione, talvolta rischiando di più economicamente per avere un’alta qualità del prodotto. In Italia abbiamo, fortunatamente, produttori che credono in giovani registi stranieri e che pensano sia importante conoscere e imparare dal sofisticato mondo orientale. Aspettiamo il giudizio degli spettatori, ricordando di andare a vedere Monsoon Wedding, che certamente darà un’ondata di colore al grigio Natale metropolitano!
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