Film

I film ad alto budget di James Ivory, le pellicole sociali di Loach e quelle comiche alla "Full Monty"

British Reinassance e “nuovi arrabbiati”

British Reinassance e “nuovi arrabbiati”

Subito all’inizio degli anni ’80 la cinematografia britannica ha trovato nuova linfa vitale con la produzione di una serie di film ad alto budget, questa volta però autonomi rispetto al sistema hollywoodiano. Due opere in particolare hanno segnato la rinascita del cinema inglese, e sono stati “Momenti di Gloria” (1981) di Hugh Hudson e “Gandhi” (1982) di Richard Attenborough, successi planetari, entrambi premiati con l’Oscar. La produzione inglese ne ha risentito positivamente, e la nuova spinta ha portato nuovi stimoli alla realizzazione di varie pellicole, attraverso le quali hanno esordito molti autori che si sono poi fatti apprezzare a livello internazionale. Verso la metà del decennio iniziano ad affermarsi interessanti registi come Roland Joffé, Neil Jordan e Stephen Frears, cineasti che poi divideranno, con alterne fortune, i loro lavori tra Regno Unito ed America. Dopo il successo di tali film ed autori, si è in un certo senso rinnovata negli studi d’oltremanica anche la produzione di film dal grande budget, la maggior parte adattamenti in costume di biografie storiche o di classici letterari. Le opere sfarzose girate in Inghilterra hanno iniziato a distinguersi in base ad una precisa impronta visiva, e soprattutto ad un ritmo di narrazione che spesso segue quello dell’opera da cui è tratto: pensiamo agli adattamenti di James Ivory, il maggiore esponente di questo nuovo modo di fare cinema in costume. Soltanto negli ultimi anni si è avuta una certa sterzata estetica e concettuale di tale filone: se vediamo ad esempio un film come il recente “Elizabeth” (1998) di Kapur, ci accorgiamo di quanto in realtà sia un opera molto più complessa e meno calligrafica delle pellicole inglesi di qualche anno fa.
In questo periodo di nuova fioritura del cinema anglosassone vengono nuovamente valorizzati anche due autori che possiamo definire come i più “arrabbiati” dell’intero panorama britannico, e che in un certo qual modo hanno dato voce e forza propulsiva a tutto un filone di cinema che verrà fuori dopo di loro: stiamo parlando ovviamente di Ken Loach e Mike Leigh. La denuncia dura e non retorica delle gravi condizioni economiche e sociali in cui versa la classe operaia in Inghilterra è il tema portante del cinema di Loach, mentre una critica più sarcastica e disincantata al malessere generale del comune cittadino pervade tutte le opere di Leigh. Volendo portare come esempi alcuni loro film, possiamo citare opere importanti come “Riff Raff” (1991) o “Piovono Pietre” (1992) per quanto riguarda Loach, mentre sicuramente il disperato nichilismo del magnifico “Naked” (1993) si presta ad essere manifesto significativo del cinema di Leigh. Un cinema dunque non conciliato né tanto meno conciliante, quello di questi due autori, tanto che per molto tempo le loro opere hanno avuto molte difficoltà a livello produttivo e distributivo. Adesso che i due hanno invece raggiunto un pubblico piuttosto vasto, anche il loro cinema in qualche modo ha risentito del fatto di dover parlare ad un numero maggiore di spettatori: se il primo continua la sua battaglia sociale con una cura più attenta alla resa estetica, Leigh ha ottenuto premi e consenso internazionali con film come “Segreti e Bugie” (1996) e “Topsy Turvy” (1999), opere sicuramente di ottimo livello ma mancanti di quella sana forza eversiva e contestatrice delle sue pellicole precedenti.
Negli ultimissimi anni questa nuova spinta della cinematografia britannica ha avuto un ottimo riscontro anche internazionale, con diversi film di intera produzione britannica: il successo di “Full Monty” (1997) di Peter Cattaneo, o del recentissimo “Billy Elliot” (2000) di Stephen Daldry valgano come esempio. Allo stato odierno il cinema inglese vive un nuovo periodo di fertilità, anche quando si muove lontano dall’egida produttiva dei “cugini” d’oltreoceano.
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