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I grandi registi stranieri arrivati a Cinecittà

Gli americani a Roma

Gli americani a Roma

La possibilità di sfruttare a proprio piacimento i grandi teatri e gli studi, gli enormi vantaggi a livello economico e fiscale, la presenza di tecnici, attrezzisti e di veri e propri artisti della scenografia e dei costumi. Ecco le principali ragioni per cui, a partire dall’inizio degli anni ’50, Hollywood ha deciso di girare alcuni dei colossal che annualmente sfornava, negli studi di Cinecittà.
Il primo prodotto di budget consistente e di enorme sforzo produttivo è stato “Quo Vadis? ” (id.,1950) di Melvin Le Roy, opera che ha aperto la grande stagione dei “peplum” girati con ingenti spese negli studi romani. Due ani dopo, arriva a Roma uno dei registi più acclamati e premiati in America, William Wyler, che gira “Vacanze Romane” (Roman Holidays,1953) con la coppia Audrey Hepburn-Gregory Peck. Il film, girato in parte in studio ed in parte per le vie della capitale, ottiene un enorme successo di critica e al botteghino, e frutta alla sua protagonista l’unico premio Oscar della sua carriera. L’autore rimane talmente soddisfatto dall’esperienza romana che imporrà agli studios di tornarci nel 1957 a girare il colossal “Ben Hur” (id.,1959), uno dei film più famosi della storia del cinema mondiale. Un altro autore che sceglierà Roma per dirigere i propri costosi lavori è stato King Vidor, regista di “Guerra e Pace” (War and Peace, 1956) ed anche l’omonimo Charles arriverà per “Addio alle Armi” (Farewell to the Arms, 1957).
Ma il film che per decenni ha dato lustro ala storia dei Cinecittà è stato senza dubbio “Cleopatra” (id.,1963) di Joseph L. Mankiewicz, probabilmente la pellicola più costosa della storia del cinema (ovviamente in proporzione ai costi dell’epoca). Il film, interpretato dalla diva Elizabeth Taylor e dall’allora marito Richard Burton, divenne una leggenda per quanto riguarda i maestosi set allestiti ed i magnifici costumi creati dai sarti italiani, sotto la guida di Vittorio Nino Novarese. L’ultimo grande “peplum” girato nei nostri studi è stato “La caduta dell’Impero Romano” (The Fall of the Roman Empire,1963) di Anthony Mann.
Con la crisi degli studios iniziata alla fine dei ’50, e con il radicale cambiamento avvenuto all’interno delle strategie di produzione di Hollywood, che è andato per un certo periodo a scapito dei colossal, la produzione a Cinecittà di opere battenti bandiera statunitense è andata decisamente scemando, fino a scomparire quasi del tutto nel corso degli anni ’60, ’70 ed in parte ’80. Sporadici, e con produzioni di budget assai poco elevato, sono state le incursioni di registi americani negli stabilimenti romani. Nel corso di quasi trent’anni possiamo citare opere sicuramente meno ambiziose di quelle fino ad ora citate, come ad esempio “Che?” (What?,1972) dell’”americano” Roman Polanski, “Cassandra Crossing” (id.,1976) di George Pan Cosmatos, oppure il bello ma sfortunato “Fedora” (id.,1979), uno degli ultimi film diretti dal grande Billy Wilder.
A partire dalla fine degli anni ‘80 si è avuta però un’inversione di tendenza, ed il film che l’ha messa in moto è stato la mega-produzione europea de “Il Nome della Rosa” (id.,1987) diretto da Jean-Jacques Annaud. Da quel momento in poi i teatri di posa si sono nuovamente riempiti di grosse produzioni internazionali, fino a ritrovare una nuova primavera proprio negli ultimissimi anni. Qualche grosso titolo? “Le Avventure del barone di Munchausen” (The Adventures of Baron Munchausen,1989) di Terry Gilliam, “Il Padrino parte III”(The Godfather part III,1990) di F.F.Coppola con Al Pacino, “Hudson Hawk” (id.,1991) con Bruce Willis, “Cliffhanger” (id.1993) e “Daylight” (id.,1996) con Sylvester Stallone. E per ultimo, ma forse il più importante di tutta la storia recente di Cinecittà, è arrivato “sua maestà” Martin Scorsese, che insieme alle star Leonardo Di Caprio, Cameron Diaz e Daniel Day Lewis ha da poco terminato le riprese del film in costume “Gangs of New York”, con set immensi della Grande Mela del 1870, intermante ricostruiti dal nostro grande scenografo Dante Ferretti.
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