Ormai da diversi anni ogni nuova avventura dell’agente segreto più noto del globo rappresenta una delle poche occasioni per ascoltare il talento dell’inglese David Arnold alle prese con il grande sinfonismo. Precisamente dal 1997 – quando questo devoto della saga bondiana si è praticamente offerto alla MGM attraverso il suo lavoro antologico Shaken and Stirred come continuatore dell’indentità musicale del franchise, da qualche decade non proprio più conforme alle direttive impostate dal venerando John Barry – ad Arnold è stata accordata la fiducia della famiglia Broccoli, forse poco convinta dal trattamento personale dell’uscente Eric Serra per Goldeneye e speranzosa di un ritorno alla cifra barryanna più trendy: morbide ricercatezze orchestrali in ruffiana complicità con il piglio dell’eroe protagonista, immancabili (e fondamentali) episodi di dettagliata azione musicale, ma soprattutto un nuovo monopolio del leggendario tema principale composto da Monty Norman agli albori del franchise. Fiducia ben riposta e subito premiata da Il Domani non muore mai.
Classe 1962, nato a Luton e cresciuto a pane e musica da film, praticamente autodidatta, David Arnold ha condiviso con il compagno di studi Danny Cannon gli inizi di carriera. La sua colonna sonora per il primo lungometraggio del futuro regista di Judge Dredd e Goal!, The Young Americans (1993), arriva all’attenzione del produttore Dean Devlin, che subito lo consiglia all’allora sconosciuto (in America) Roland Emmerich, impegnato nella lavorazione di Stargate. Il frutto di questa prima collaborazione trai due artisti (che in seguito proseguirà per i mastodontici Indipendence Day e Godzilla) è una partitura di indubbia levatura, attraversata già da tutti i connotati arnoldiani: estro melodica, grande ricorso all’epos williamsiano, ottima prestanza ritmica. Proprio quest’ultima caratteristica – unita alla successiva maturazione di un’equilibrata giustapposizione dell’elemento elettronico contemporaneo – giustificano la validità del contributo del musicista a 007. E ancora in queste due cifre stilistiche deve essere rintracciata, in buona parte, la causa della sua permanenza nella serie, mentre tutt’intorno la sua carriera – dopo i fasti iniziali, le grandi produzioni e le critiche qualche volta osannanti – si asciugava a progetti borderline, tra commedie e produzioni low-budget, agli antipodi del respiro fantascientifico che lo aveva sdoganato nella Hollywood dei grandi incassi.Oggi, di fronte ad una prova tutt’altro che convincete come quella di Casino Royale (il suo quarto Bond), verrebbe da pensare che anche la spia al servizio di Sua Maestà non basti più a stimolare in Arnold quella scrittura sempre meno lambita. Non basta infatti il ricorso ad una preminenza orchestrale finora inedita, perché a mancare sono l’inventiva e la verve straripanti nelle prime filiazioni. Arnold sembra essersi seduto sulla facilità dell’esercizio action; il tecnicismo di servizio impera senza offrire spazio ad idee veramente originali e ancor meno si riscontrano sviluppi davvero risolti del nuovo tema redatto dal musicista per l’iniziazione di 007: una versione contratta e alleggerita del vecchio refrain (“Blunt Instrument”) che fa la sua miglior figura nella title-track “You Know My Name”, interpretata da Chris Cornell (brano non presente nello score-album della Sony). Poi, inaspettatamente, ad impoverire ulteriormente un traguardo tanto funzionale al film quanto stancante all’ascolto autonomo è proprio la mancanza sostanziale di quella suddetta cura elettronica, di quei strutturali condimenti ritmico-sintetici qui relegati a mansioni ambient e rifiniture hi-tech. Restano la bellezza dei passaggi più melodici (un esotico motivo per “Solange” e un tratteggio dall’andamento barryanno per il tema d’amore, esposto in “City Of Lovers”) e i tribalismi accesi in “African Rundown”, pur se immersi anch’essi in nella compromettente sterilità generale.
Due regole cinematografiche non scritte assolverebbero comunque Arnold alla resa dei conti e ne giustificherebbero la confermata militanza nella filiera bondiana: una colonna sonora mediocre non rovina necessariamente un bel film e “squadra che vince non si cambia”. Sarebbe però ingiusto, alla luce del pregresso apporto fornito dal compositore alla saga, non aggiungere che un brutto voto non cancella una pagella più che sufficiente. Bisognerà sperare che questo nuovo approccio, in cui non si stenta a leggere una volontà di rivedere gli stilemi consolidati in linea con un azzeramento di sceneggiatura (in fin dei conti Casino Royale è un prequel), esca dall’incubazione in occasione del prossimo appuntamento seriale. E per rimanere al luogo comune: la speranza è l’ultima a morire.





