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L’ ultima fatica di John Carpenter, “Ghosts of Mars”, costituisce un valido vademecum delle tematiche e degli stilemi del regista americano.

JOHN CARPENTER

L’ ultima fatica di John Carpenter, “Ghosts of Mars”, costituisce un valido vademecum delle tematiche e degli stilemi del regista americano.

L’ ultima fatica di John Carpenter, Ghosts of Mars, costituisce un valido vademecum delle tematiche e degli stilemi del regista americano, ancora una volta fedele a se stesso, al suo sguardo artigianale tipico del B-movie che sfrutta la feconda commistione tra generi e modelli narrativi, ambientando sulle purpuree e roventi valli marziane un western fumettistico supportato da una colonna sonora Heavy Metal ovviamente composta, una consolidata abitudine questa, dal regista stesso. Il codice d’onore che lega i tutori della legge e i criminali echeggia le solide amicizie virili che rappresentavano uno dei nuclei portanti dell’amatissimo Howard Hawks, così come del celebre regista di Un dollaro d’onore Carpenter ripropone la logica dell’assedio fronteggiato da uno sparuto gruppo di eroi, minacciati da una forza inspiegabile e occulta. Sin da Distretto 13: le brigate della morte, passando per La Cosa o per The Fog, Carpenter ha raccontato il pericolo del possesso fatale da parte di una forza ostile e proteiforme, tema attinto dal suo immaginario contaminato dalla fantascienza degli anni cinquanta e riproposto più volte con chiari riferimenti politici e una sorta di fatalismo tragico spesso nascosto allo spettatore: il destino di morte di Kurt Russell nelle lande congelate de La Cosa si rispecchia in quello di Ice Cube e Natasha Hertridge, pronti ad andare allo sbaraglio in una sfida impari con l’invisibile sciagura aliena che ha preso possesso dei minatori sul pianeta rosso.
La minaccia nel cinema di Carpenter assume spesso sembianze impalpabili; possiede la subdola facoltà di essere inafferrabile, di passare da un corpo all’altro e di cancellare quindi l’identità, di trasformare in nemico il corpo di un compagno nel quale essa si insinua, facendo crollare la sicurezza di solito abbinata all’onniscienza dello sguardo. In Essi Vivono sono necessari degli occhiali speciali al protagonista John Nada per distinguere gli umani dagli alieni pronti a perpetuare il proprio dominio sui terrestri mediante messaggi subliminali veicolati dai mass media, alla cui propensione all’omologazione è diretta l’accusa di Carpenter in un film che è soprattutto un attacco mirato allo yuppismo reaganiano. Anche nel successivo Le Avventure di un Uomo Invisibile, malgrado il tono garbato, l’obbiettivo è l’edonismo sfrenato degli anni ottanta in cui l’apparire conta più dell’essere. Il protagonista, tipico rampante dell’epoca, smarrisce la visibilità del proprio corpo: non appare più agli sguardi altrui ma paradossalmente acquista sostanza e identità che fanno da contrappunto all’isolamento ‘alieno’ di cui era vittima precedentemente.
La visione del mondo di Carpenter e conseguentemente il suo cinema hanno subito una svolta alla metà degli anni ottanta in seguito al suo interesse per la fisica quantistica; e da Grosso Guaio a Chinatown fino a Il seme della follia, passando per Il Signore del Male, l’autore americano seguendo le orme di Philip K.Dick ha esplorato una nuova ed eversiva percezione della realtà, mutando l’equilibrio e la stabilità dello spazio e del tempo come finora è stato concepito. Il suo cinema diventa il canale di comunicazione di un’innovativa concezione del mondo e della narrazione che non nega l’esistenza di universi paralleli e in cui il confine tra realtà e fantasia svanisce e riappare alla stregua di uno spettro.
Un discorso complesso e inesauribile che meriterebbe un’analisi più minuziosa e sul quale si stanno avviando anche le poetiche, tra gli altri, di Lynch e Cronenberg. Per concludere, ricordiamo la predilezione di Carpenter per gli outsider, per eroi anarchici piombati in universi avversi o soprannaturali direttamente dalla working class, spesso incarnati dal suo alter ego, Kurt Russell, che, soprattutto in 1997 Fuga da New York, raffigura il tipico paladino carpenteriano: l’individuo emarginato scaraventato a combattere in una lotta senza quartiere contro forze soverchianti il cui esito è solo apparentemente vittorioso ma in realtà celato dagli enigmatici sottofinali del regista che ha la consuetudine di risolvere le sue storie con stranianti epiloghi ingoiati dai titoli di coda.







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