Gli ultimi due lungometraggi più attesi del festival, “Promise Me This” (Zavet, 2007) di Emir Kusturica e “L’Age des Ténèbres” (id., 2007) hanno un loro comune denominatore: la fantasia dei due cineasti. Che il regista serbo fosse uno dei principali esponenti europei di un cinema fatto di invenzione visiva, lazzo geniale, anche quando sciolti dai meccanismi della narrazione, lo sapevamo già, c’erano i suoi grandi capolavori a ricordarcelo. La sorpresa invece arriva da Denys Arcand, che questa volta per raccontarci come la solito il disfacimento e la perdita di valori della “sua” società canadese, adopera questa volta la lente deformante della farsa, lasciata cavalcare a briglia quasi sciolta attraverso lo sguardo fantasioso d immaturo del suo protagonista, un efficacissimo Marc Labrèche.
Ma partiamo da “Promise Me This”, ritorno di Kusturica al lungometraggio dopo tre anni e soprattutto nuovo confronto con la commedia dopo lo scatenato “Gatto nero, gatto bianco” (Crna macka, beli macor, 1998), che vinse il Leone d’Argento a Venezia. Questa sua nuova pellicola possiede momenti di cinema davvero impressionanti, legati insieme tra loro da un ritmo comico indiavolato e da alcune trovate visive degne dei suoi migliori film. La prima parte soprattutto è straordinariamente ben calibrata nella narrazione e nella distribuzione delle gags, irresistibili quando in scena c’è l’attore che ormai è un’icona del cinema di Kusturica, e cioè il grande Miki Manojlovic. Purtroppo però la seconda metà di “Promise Me This” inizia ad incartarsi su sé stessa a causa di una sceneggiatura che lascia troppo spazio alle situazioni, senza che queste costruiscano una storia logicamente delineata. Procedendo quindi per accumulo, il divertimento e le trovate iniziano a diventare francamente insostenibili, e finiscono per mandare in corto circuito l’intera operazione. Peccato davvero, perché le premesse per un nuovo memorabile lungometraggio c’erano tutte, e quanto di buono visto in questo film lascia comunque il segno.
Discorso inverso invece vale per Denys Arcand, che sfrutta l’idea di dar vita alle fantasie del suo protagonista troppo a lungo, ed alla fine inizia a stiracchiare troppo il suo lungometraggio per arrivare a portarlo ad una conclusione che francamente scivola verso la retorica più smaccata. “L’Age des Ténèbres” parte benissimo, inizia a scricchiolare quando i viaggi di Jean-Marc nella sua mente fervida continuano ad essere sempre gli stessi, risale vertiginosamente con una sequenza da applausi – ambientata in un torneo medievale! – per affondare definitivamente nel finale. La vena caustica e dolorosa di Arcand fa capolino qua e la tra le molte risate che il film regala al pubblico, ma rispetto alle sue opere più graffianti siamo decisamente lontani.
Kusturica ed Arcand hanno dunque provato ancora una volta – soprattutto il primo – a proporre un cinema dove la fantasia si muove ancora libera dal condizionamento della produzione e del testo. Come detto i risultati sono stati decisamente alterni, magari anche deludenti, ma lo sforzo ed il progetto vanno comunque applauditi.





