Il 61esimo Festival di Cannes ha i suoi vincitori.
La Palma d’Oro è andata a “Entre les murs”, di Laurent Cantet, ma l’Italia è in festa, per i due premi della giuria a “Il divo” di Paolo Sorrentino (Premio Speciale) e a “Gomorra” (Gran Premio) di Matteo Garrone, con una doppietta che non si vedeva da anni.
Un Festival loffio, ben lontano dai capolavori dello scorso anno, in cui pochi hanno brillato, in una selezione ufficiale che ha lasciato stupefatti per il livello non eccelso.
Cantet, che era in
programmazione proprio l’ultimo giorno, quando i giochi parevano già fatti, ha
proposto quasi un docu-film, girato interamente in una classe (‘fra le mura’,
appunto, come recita il titolo) di una scuola superiore francese, seguita dal
regista per un intero anno scolastico, attraverso lo sguardo del protagonista,
il reale insegnante, François Bégaudeau, autore del libro autobiografico da cui
è tratto il film. Uno sguardo lucido su una realtà ‘normale’, non estrema, di
una classe scolastica media e multirazziale, che è uno sguardo sulla scuola, sui
metodi di insegnamento possibili, sulle assenze e partecipazioni degli
studenti.
Miglior attore è stato
giudicato Benicio Del Toro, protagonista, secondo noi un po’ monocorde,
del Che di Steven Soderbergh; Miglior attrice la brasiliana Sandra
Corveloni, bravissima madre in “Linha de passe” di Walter Salles;
Miglior regia Nuri Bilge Ceylan per “Three Monkeys”; Miglior
sceneggiatura ai fratelli Dardenne per “Le Silence de Lorna”.
Menzioni speciali a Clint Eastwood, per il suo splendido “The Exchange” (da Palma d’Oro) e a Catherine Deneuve, per il suo ruolo in “Un conte de Noël”.
Il
Festival di Sean
Penn ha premiato la realtà, i film che si incarnassero nel tessuto
dell’oggi, nell’attualità: difficile aspettarsi da parte sua scelte differenti.
Già lo aveva dichiarato in apertura: “vorremmo poter dare la Palma a un regista
consapevole del mondo e capace di raccontarlo con onestà” e, ancora, “faremo
tutto il contrario di ciò che accade agli Oscar”.
Quasi tutte le opere in
concorso erano film che spesso potevano definirsi al limite del documentario. Vicende
di disperazione, di degrado urbano, di autodistruzione, camorra, potere,
corruzione, prigionia.
Un ‘cartellone’ in cui l’attualità è la Protagonista,
che oscura i singoli.
La dimensione più intima,
individuale, è stata quasi del tutto assente in questo Festival. Forse sarà
questa l’indicazione per il futuro, forse sarà il documentario a prevalere sulla
fiction: con la perdita della dimensione più intima e individuale, quella in
cui tutti, di qualsiasi razza, Paese, età anagrafica, possono riconoscersi,
nelle questioni esistenziali di vita e morte, sogno e realtà, che saranno
sempre le domande fondamentali.
Sean Penn dovrebbe saperlo: l’attualità passa prima attraverso gli occhi dell’individuo, attraverso le domande che si pone e fa a chi gli sta intorno, al suo comportamento di fronte all’ingiustizia, alla corruzione, alla prevaricazione. La storia è degli individui e gli individui vanno raccontati nella fiction. Lo sa bene Clint Eastwood, tacciato di essere retro: Clint parla di ieri e racconta l’oggi, getta i semi del dubbio, scoperchia i germi che conducono alle malattie attuali. Lo fa con rigore e onestà, con pudicizia e senza clamore, senza fiotti di sangue e visioni dell’orrore. L’indicibile è suggerito, immaginato, filtrato attraverso gli occhi dei protagonisti.





