“Non deve essere facile per un padre parlare con suo figlio sapendo che non potrà rispondere…”
La voce fuori campo del protagonista, Jean-Dominique Bauby, commenta in questo modo il momento più toccante di un film che fino a questo momento si segnala come uno dei più riusciti di questo 60° festival di Cannes.
“Le Scaphandre et le Papillon” (id., 2007) racconta della lotta per la vita di quest’uomo di successo, costretto a comunicare col mondo soltanto con un battito di ciglia, in seguito ad un colpo apoplettico che lo ha completamente paralizzato. Julian Schnabel ha diretto un film di equilibrio molto delicato, ma che mai sconfina nel facile pietismo; adoperando uno stile di regia molto semplice nelle idee ed allo stesso tempo elegante. Il regista inizia a raccontarci questa storia attraverso l’occhio prima confuso e poi sempre più consapevole di Bauby.
L’espediente estetico della soggettiva viene adoperato come mezzo principale per comunicarci il mondo interiore del protagonista, ma invece che risultare appesantito dall’uso insistente si muove suadente e perfettamente controllato, fino ad entrare nel cuore dello spettatore con la delicatezza della storia delineata con estrema delicatezza. Schnabel, pur allestendo insieme al direttore della fotografia Janusz Kaminski uno spettacolo visivo molto pregevole, evita qualsiasi insistenza stilistica e lascia ampio spazio alla costruzione psicologica ed interiore di Bauby.
Altro grande pregio del film è poi l’interpretazione di Mathieu Amalric, non tanto nelle scene della malattia quanto invece per la forza magnetica e fascinosa che sprigiona nei flashback che lo ritraggono nel pieno della sua vitalità. Una prova d’attore che, a nostro avviso insieme al Javier Bardem del film dei fratelli Coen, lo candida seriamente per la vittoria come miglior interprete maschile.
Se dunque “Le Scaphandre et le Papillon” convince in pieno, a deludere pesantemente è invece stato il noioso “Go go Tales” (id., 2007) di Abel Ferrara, autore che evidentemente ormai ha poco da dire e continua a giocare senza troppo costrutto con la sua passata fama di regista morboso e maledetto. Questa sua commediola sulle vicissitudini di uno strip-club e del suo sventurato proprietario soffre prima di tutto della pochezza di mezzi con cui è girato: gli ambienti principali in cui il film è stato girato sono pessimi e troppo poveri per risultare credibili, e quando si vedono le pochissime inquadrature esterne di quella che dovrebbe essere New York, allora si cade addirittura nel ridicolo. Ferrara dirige un film volutamente vouyeristico, ma in nessuna scena capace di irretire il pubblico con qualsiasi forma di empatia. La storia procede quasi inesistente fino alla fine, senza che si riesce ad interessare veramente per quello che avviene davanti al macchina da presa. Se poi Willem Dafoe si salva a malapena per merito del suo innato istrionismo, il resto del cast nutrito - che comprende ahinoi anche parecchi attori italiani di punta – risulta inespressivo e mai seducente. Insomma un film strascicato, rabberciato, che dimostra la poca volontà di realizzarlo da parte di una autore che sta probabilmente perdendo il suo “personal touch”.



