film,cannes,bowling for columbine,cinema,festival del cinema

BOWLING A COLUMBINE

Luigi Sardiello - Filmaker`s magazine 12/04/2007

Bowling a Columbine

Nella primavera del 1999 due ragazzi di Littleton, in Colorado, entrarono nella Columbine High School facendo fuoco su tutti i presenti fino ad uccidere 12 giovanissimi studenti e un’insegnante.
Il film maker indipendente americano Michael Moore all’epoca stava lavorando su una serie televisiva. Diventato famoso nel mondo per il suo pluripremiato documentario “Roger and me”, atto di accusa contro il direttore generale della General Motors Roger Smith per i devastanti danni procurati dalla GM alla città di Flint nel Michigan, Moore aveva continuato in questi anni la sua attività di pungente e instancabile analizzatore delle magagne americane. Così, quando seppe del terribile fatto di Columbine, Moore interruppe il lavoro e decise di andare a fondo sulla vicenda. Cominciarono a venir fuori, una dopo l’altra, una serie di coincidenze e collegamenti inquietanti. Eric Harris, uno dei due assassini, aveva trascorso parte della sua adolescenza presso un’area militare molto vicina a quella in cui Moore era cresciuto. Più o meno nello stesso posto aveva frequentato le scuole Terry Nichols, il partner di Timothy McVeigh nell’attentato esplosivo di Oklahoma City del 1995. Pochi chilometri più a nord era cresciuto l’attore Charlton Heston, oggi “gladiatore” della National Rifle Association, la confederazione che difende il libero uso delle armi negli USA. Sempre nella stessa zona, banche che regalano fucili a chi apre un conto e così via, un tassello dopo l’altro...
Inizia in questo modo il rovello di Michael Moore che dura più di due anni e lo porta, alla fine, alla realizzazione di “Bowling a Columbine”, film verità interpretato “in progress” dallo stesso Moore e incentrato su un inquietante interrogativo: Qual è il problema? Il libero uso delle armi o siamo noi americani troppo cattivi?
Accolto dal pubblico di Cannes con un’autentica ovazione, “Bowling a Columbine” è un concentrato di intelligenza, ironia, coraggio, senso del cinema e soprattutto “amore” per la vita e per la gente. Più che un semplice documentario, è un toccante atto di denuncia politica e sociale che mette in discussione tutta la storia del popolo che si ritiene “la patria delle libertà”. E che invece appare fragile e violento, contraddittorio come tutti gli altri, come la nostra vita.

ADV

ADV