"Ararat": la memoria e i suoi fantasmi

festival di cannes 2002,atom egoyan,cinema,ararat Courtesy of © Cannes Festival
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Egoyan si confronta con la difficile storia del genocidio degli armeni da parte dei turchi.

"Ararat": la memoria e i suoi fantasmi

"Ararat": la memoria e i suoi fantasmi


Ci si aspetta sempre molto da un regista come Egoyan, che ci ha abituati troppo bene nel suo percorso autoriale a passare da una storia all'altra, usando con sapiente alchimia gli stereotipi del genere e tenendo per mano i suoi personaggi. I suoi personaggi: specchi riflessi in cui lo spettatore riceve l'emozioni o lenti attraverso cui guardare per approfondire la conoscenza sul mondo. L'intimismo massimalista di Egoyan ha avuto sempre ragione, ha sempre convinto, senza pretesti o spinte di una critica preda di facili entusiasmi che sposa il suo eroe e non lo abbandona neanche di fronte al tradimento.
Questo "Ararat" fuori concorso a Cannes non è un tradimento, sia chiaro, ma sicuramente disattende le premesse cui sopra. È un film pretestuoso, seppur nell'intento di ricostruire una delle pagine nere meno note del ventesimo secolo: il genocidio degli armeni da parte dei turchi negli anni venti. E’ pretestuosa l’idea di accavallare due storie, una ambientata nei giorni nostri negli Stati Uniti e l'altra negli anni venti in Armenia. Da un lato cittadini americani di origine armena che cercano di ricostruire la loro storia e della loro famiglia, dall’altro la Storia tragica di un popolo. E’ pretestuoso inscenare la produzione di un film all'interno del film stesso. E’ pretestuoso intrecciare e ricostruire tutte queste storie attraverso il racconto del protagonista che trovandosi all'aeroporto, risponde alla domanda di un doganiere e inizia a parlare dei suoi ricordi. Pretestuoso appare anche l’impiego di Charles Aznavour che, di origine armena come Egoyan, recita in un certo modo anche la sua storia personale.
E inoltre questo "Ararat" è girato con un linguaggio televisivo che fa torto alla bravura di Egoyan, ma qui siamo una spanna sotto allo splendido "Il dolce domani" e anche al non bene riuscito "Viaggio di Felicia", che comunque aveva al suo interno personaggi indimenticabili. Ne viene fuori un film che non emoziona, che non coinvolge, dove lo spettatore non riesce ad empatizzare con i protagonisti. Forse il troppo glamour di Cannes non aiuta il dramma, ma sta di fatto che il coraggio di Egoyan è lodevole, il risultato finale un po’ meno.


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