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Most Wanted

Per il regista-musicista Vanilla Sky non è un remake. E' una cover.

Cameron Crowe

Cameron Crowe


Anche alla luce del progetto “Vanilla Sky”, la cui suggestiva colonna sonora si irradia come una sinfonia sul tessuto stratificato del film e raccoglie una miriade di artisti tra i più incisivi dell’universo rock, non si può parlare di Crowe prescindendo dalla sua passione per la musica. Crowe nasce infatti come critico musicale di riviste prestigiose quali “Rolling Stone” e “Playboy”; una carriera le cui peripezie ha già provveduto a raccontare nel semiautobiografico “Almost Famous”, che narra le vicende di un giornalista in erba al seguito di una band nei primi anni settanta. Un film che gli valse l’oscar per la migliore sceneggiatura originale suggellando così anche il suo talento di scrittore, espresso nel corso della sua breve filmografia: “Non per soldi…ma per amore”; “Singles”, “Jerry Maguire” e il già citato “Almost famous”, sono tutti strutturati in modo da far convergere la sua fecondità nella stesura dei copioni con la componente registica e la selezione dei brani musicali.

Non a caso Crowe ha dichiarato di considerare “Vanilla Sky” una ‘cover’ del film di Amenabar più che un remake; un’interpretazione personale, quindi, che rendesse omaggio alla versione originale. Il costante richiamo al macrocosmo pop si estende anche a livello figurativo e sancisce la sua impronta autoriale che sembra indirizzata a circoscrivere di un alone ‘glamour’ il mondo in cui agiscono i suoi protagonisti.

I giovani della generazione grunge di “Singles”, o l’adolescente di “Almost Famous” sono personaggi in fase di crescita, disorientati ma presenti; e il loro percorso verso l’agnizione è sempre palpitante di seducenti input che si propagano per creare uno spaccato generazionale visivamente magnetico. In “Vanilla Sky” questo metodo si accentua in una molteplicità di livelli che fondono sogno e realtà con un effetto destabilizzante: «Questo è un film meno lineare dei miei precedenti e capisco che possa necessitare di più di una visione dopo le quali lo spettatore può rimanere irritato. Non c’è via di mezzo ed è inevitabile secondo me che produca delle discussioni. Ma nel film è tutto spiegato, è pieno di indizi e basta coglierli».

Crowe nella sua ultima opera si allinea alla tendenza di alcuni registi americani di stravolgere il consueto iter narrativo, misurandosi con la trasmissione di una realtà disgregata, come ha dichiarato lui stesso: «Sono sempre stato interessato alle realtà che si spostano e qui ho potuto sbizzarrirmi approfittando anche dello stato comatoso del protagonista. Ma questa è solo la mia interpretazione, mentre le strade percorribili sono molte, dipende da quale indizio uno sceglie di seguire ».

Sull’onda della novità introdotta da Tarantino con “Pulp fiction”, Crowe sperimenta una narrazione frammentaria illuminata da scintille desunte dai materiali della cultura popolare che favoriscono l’accessibilità di un’ampia fascia di pubblico grazie all’impatto visivo-sonoro del film nella sua interezza.

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