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Il trionfo e la caduta di uno dei più grandi geni del calcio
Best
Best
Con John Lynch, Ian Bannen, Jerome Flynn, Patsy Kensit
L’uomo che Pelè definì il miglior giocatore del mondo dribblava avversari come fili d’erba, portava i capelli alla Beatle e aveva occhi azzurri grandi e tristi.
Ma come Jack La Motta alla fine della sua carriera anche George Best vive di ricordi e nostalgia. E’ il 1994, e gli anni d’oro sono finiti da tempo lasciandosi dietro una scia di trionfi e cadute. Dopo una serata deprimente in un locale, conclusa come al solito con una sbronza, Best ha l’occasione per tornare indietro negli anni: l’improvvisa morte del suo ex allenatore e mentore Matt Busby lo costringe a guardare in faccia i suoi errori e a chiudere i conti con il passato.
L’autodistruzione di George Best è una storia davvero forte e struggente. Poco più che adolescente, Best portò il Manchester United sul tetto d’Europa. In patria lo chiamavano “il ragazzo d’oro dal piede d’oro”, le donne facevano follie per lui e il futuro era una strada spianata. Erano gli anni ‘60: gli anni della Coppa Europa, del premio come Miglior Giocatore dell’Anno, dei tre scudetti vinti con il Manchester. Partita dopo partita le sue prestazioni diventavano sempre più sublimi, ma qualcosa dentro di lui non riusciva più a stare al passo.
Il genio assoluto del calcio non riuscì a sopravvivere al proprio talento, e la sicurezza che non trovava più in se stesso cominciò a cercarla in una bottiglia di whisky. Le folle, l’adulazione, la mondanità, la stampa sempre alle calcagna: davvero troppo attraente e pericoloso per un ragazzo fragile venuto da Belfast. E Best in questo mondo patinato si fece trangugiare fino all’ultimo. Feste, alcool, donne. Gli allenamenti li saltava, oppure ci andava ubriaco. Barcollava da un bar all’altro circondato da falsi amici e donne intriganti. Se gli capitava un pallone tra i piedi riusciva comunque a rispolverare la scintilla, ma era sempre più appesantito dalla sua zavorra fisica e mentale.
Nei rari momenti di lucidità, quando il disgusto verso se stesso diventava più forte della spinta autolesionista, Best riusciva ancora a dire, con un nodo in gola, “io so davvero giocare a calcio e questo nessuno potrà mai portarmelo via”. Alla fine ci riuscì solo lui, e anche in questo fu il migliore.
Mary McGuckian ci dà un ritratto abbastanza completo di George Best, delle sue debolezze e della sua fragilità. Ma nel film c’è una carenza grave. Quello che manca totalmente nella pellicola è il calcio, lo spirito del calcio, l’ebbrezza e le emozioni che solo un campo da calcio può dare. Perché Best non era solo una star, passata dalla gloria al tramonto. Era soprattutto un calciatore. Se questo fosse stato più sottolineato, l’emozione dei trionfi e della caduta sarebbe stata incredibilmente più intensa.
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