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A Roma la mostra fotografica “New York Stories” presenta una sezione dedicata allo stravagante artista americano.

Andy Wahrol e la sua eccentricita'

Andy Wahrol visto dal fotografo Fred W. McDarrah

Il sessantotto ha cambiato il mondo. Ma, non se la prendano a male i cinquantenni, un discreto scossone già era stato dato tra gli anni cinquanta e sessanta e l’epicentro, neanche a dirlo, era New York: in una mostra fotografica (“New York Stories”, a Roma alla Galleria Comunale d’Arte Moderna e Contemporanea fino all’8 aprile) è possibile rivivere quella stagione irripetibile attraverso l’obiettivo di Fred W. McDarrah, fotografo del “Village Voice” e testimone d’eccezione degli anni in cui si consumava una vera e propria rivoluzione culturale. Ritroviamo così, tra gli altri, la Beat Generation di Ginsberg e Kerouac, gli artisti dell’espressionismo astratto da De Kooning a Franz Kline, ma soprattutto ci fa piacere ritrovare il mondo folle della “Factory” di Andy Warhol, “the pope of pop”, a cui è dedicata una sezione intera della mostra.
La “Factory” è lo studio di Union Square dove Warhol riuniva la sua incredibile corte dei miracoli e svolgeva la funzione di artista-promotore culturale tra feste, happening, concerti, cinema. Film: malgrado sia oggi difficile da recuperare e gran parte sia finita nel dimenticatoio, l’attività registica di Warhol fu intensa e ininterrotta, come le foto di McDarrah testimoniano e come noi vorremmo provare a ricordare, almeno nelle tappe più rilevanti.
L’anno d’esordio è il 1963 e i titoli sono ben quattro: “Kiss”, “Eat”, “Sleep”, “Blowjob”. Già da questi emerge, coerente con lo spirito di un’artista che già aveva dissacrato il mondo dell’arte, la natura paradossale dei film e la loro conseguente “inguardabilità”: Warhol non fa altro che piazzare la cinepresa davanti a un soggetto e riprenderlo, a camera fissa, magari proprio mentre dorme (e per ben sei ore di fila!). Mangiare, dormire o baciarsi (in “Kiss” sfila una serie di coppie miste, intente a baciarsi a lungo davanti all’obiettivo), egli realizza con il cinema qualcosa che in fondo è complementare all’invenzione del pop nell’arte figurativa. Se prendere un oggetto o un’immagine di consumo ed esibirli decontestualizzandoli era un aggiornamento del ready-made duchampiano (dalla ruota di bicicletta alla zuppa Campbell), con il cinema l’attenzione si sposta dalla produzione seriale e si concentra di nuovo sull’individuo e sulle sue funzioni base, in uno sguardo rigenerato; fermo restando comunque il principio dell’inerzia formale per cui l’artista semplicemente trova, non costruisce. Ecco allora film assolutamente epici (e che in realtà mai nessuno ha visto per intero) come “Empire”, in cui un’inquadratura fissa cattura l’Empire State Building per otto ore, dall’alba ala tramonto. Anche al di là, appunto, della sua guardabilità, questo cinema ha il merito di raggiungere e illustrare una sorta di grado zero del linguaggio filmico, il suo funzionamento a un livello puramente vegetativo.
Warhol comunque arriva a battere anche altre strade, abbandonando il rigore degli inizi per una maggiore articolazione narrativa, che porta lui e la combriccola della Factory (tra le facce più ricorrenti, quella di Gerard Malanga o di Ingrid Superstar) a parodie farcite di kitsch come “The Life of Juanita Castro” o a tentativi più ambiziosi come “Camp” o “Vinyl”, ispirato dal romanzo di Anthony Burgess da cui sette anni più tardi Kubrick trarrà il suo “Arancia meccanica”.
Tra gli esperimenti più validi di Warhol c’è anche il lavoro svolto con i Velvet Underground di Lou Reed, gruppo da lui scoperto, lanciato e immortalato in “The Velvet Underground and Nico”, quando ancora con loro si esibiva la cantante di origine tedesca, presenza fissa nella Factory; egli produrrà e concepirà per loro lo spettacolo multimediale “The Exploding Plastic Inevitabile”, anch’esso peraltro documentato dalle foto di Fred McDarrah.
Nelle vesti di produttore, anche se in realtà il suo nome ha una pura funzione promozionale, Warhol patrocina poi negli anni settanta “Flesh”, “Andy Warhol’s Dracula” e “Andy Warhol’s Frankenstein”, del collega e amico, nonché campione del New American Cinema, Paul Morrissey. Questi sono film più tradizionali, anche se lo stesso Warhol ha avuto tempo intanto di realizzare un’opera come “The Bike Boy” (1967), piccolo cult per la futura leva indipendente newyorkese e costruito intorno agli incontri di un giovane motociclista appena giunto nella Grande Mela e subito alle prese con strani personaggi, ovviamente sfornati in quantità dalla “Factory” e pronti al ruolo di alfieri della controcultura.
“Tutti coloro che facevano parte dell’avanguardia – scrive McDarrah – tendevano a stare insieme, a vivere nello stesso quartiere, a partecipare del lavoro degli altri, frequentando concerti, mostre, letture, uscendo insieme.” L’atmosfera straordinaria di quei tempi era conseguenza di una tensione collettiva, del senso di appartenenza a una comunità che la “Factory” ha incarnato alla perfezione e che i film di Warhol, non ultimo tra i meriti che gli abbiamo ascritto, riescono ancora a documentare.



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