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ANDREA PAZIENZA: IL SEGNO, IL DISEGNO

courtesy of © Andrea Pazienza - immagini copyright © rispettive case editrici
Paolo Ottokin Campana

Pazienza ha lasciato un segno, un segno profondo, sia nel mondo del fumetto che in quello “reale”, scrivendo e realizzando storie e vignette che ancora oggi - a 16 anni dalla sua morte - sono fresche ed attuali...

"Segno disegno, dove sei?"

Andrea Pazienza ha lasciato un segno, un segno profondo, sia nel mondo del fumetto che in quello “reale”, scrivendo e realizzando storie e vignette che ancora oggi - a sedici anni dalla sua morte - sono fresche ed attuali. Questa sua modernità risiede in una cifra stilistica impressionante. Solo lui riusciva ad usare una tale vastità di tecniche per realizzare le sue opere: pennarelli, carboncino, china, tempere, gessetti, matite colorate, ecoline, pantone. Era versatile e lo sapeva, sapeva di questa sua dote e nella postfazione della lunga storia di Pompeo scriveva: “In questi anni ho scoperto diverse cosuccie. Intanto di non essere un genio. Perché si, lo confesso, ci speravo. Invece no, sono un fesso qualsiasi. Però, c’è sempre un però, è vero, sono un disegnatore eclettico”.
Era eclettico, poteva disegnare una storia con dei semplicissimi pennarelli oppure completamente a carboncino, adattando ed illustrando una poesia di Boris Pasternak del 1935, oppure come nel bellissimo “Campofame” mescolando con grande padronanza di mezzi le più disparate tecniche grafiche. Amava molto i pennarelli, gli piacevano e li usava fino alla fine; molte sue storie sono state realizzate direttamente a pennarello, senza usare la matita e senza il bisogno di alcuna base preparatoria. Questo suo “stato di grazia” gli consentiva di disegnare molto velocemente, per questo preferiva il pennarello; schizzi, bozzetti, piccole illustrazioni e storie sono state realizzate interamente con questa tecnica. Non era certamente un disegnatore “classico”, dove per classico si intende chi fa uso del pennello e della china. Ma Andrea Pazienza non era solamente tecnica, DISEGNO, ma era anche e soprattutto SEGNO. Quello suo, personale, ma anche quello lasciato nel mondo del fumetto, quello a cui molti disegnatori ancora oggi si ispirano e guardano come ad un esempio, un esempio per versatilità del tratto ma anche per le soluzioni stilistiche adottate, storie intere che si autoconcludevano in una pagina, storie lunghissime dove la tecnica usata cambiava così frequentemente da non sembrare neanche la stessa storia.
Ma Andrea Pazienza sapeva anche giocare con queste sue doti eccezionali e, come scrive lo scomparso Pier Vittorio Tondelli nel suo libro “Un weekend postmoderno”: “… in sostanza giocare con il proprio talento, alla roulette russa, strapazzarlo, gettarlo, immiserirlo, sprecarlo, dannarlo, sapendo di poterlo ritrovare intatto il giorno dopo, ancora più brillante e sgargiante”. Sapeva ironizzare sul suo talento creativo, la prontezza, la velocità di esecuzione, la possibilità di fare, con estro, qualsiasi cosa; questo è il SEGNO che ha lasciato Andrea Pazienza, con quale ancora oggi ci troviamo a confrontarci.

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