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Courtesy of ©Medusa
La vita è un mosaico che si compone piano piano e che, solo alla fine, speriamo di poter vedere e comprendere.
Intervista a Gabriele Salvatores
La vita è un mosaico che si compone piano piano e che, solo alla fine, speriamo di poter vedere e comprendere.
Gabriele Salvatores sfida lo spettatore con un film ad incastri che cavalca generi diversi grazie ad all’uso del montaggio alternato e mescola due generazioni (padri-figli) tutto sullo sfondo di un’Isola che vigila i suoi protagonisti.
Ancora un’isola nel mediterraneo. Ancora il destino di molti personaggi in balia di un luogo?
Quella di “Mediterraneo ”era un luogo “altro”, un posto lontano dove fuggire da un gioco crudele (la guerra) e reinventarsi una vita. Questa di Amnesia è un luogo di vita comune, che potrebbe essere anche una città. I personaggi ci vivono, hanno lì le loro famiglie e il loro lavoro. Ma, su di un’isola, risultano più osservabili, si staccano dal fondo, sembrano meno quotidiani anche se sono assolutamente identici a noi che viviamo nelle città. Inoltre, su di un’isola, tutti si conoscono, è più facile incontrarsi e più difficile nascondersi
Come è nato il progetto?
“L’idea è nata da una storia vera, accaduta ad Ibiza. Un mio amico mi ha portato al funerale di un vecchio hippie, con tanti cinquantenni separati tra di loro ma con un filo che li legava tutti e il grande bisogno di mantenersi in contatto. Questa cosa mi ha colpito e mi ha spinto a fare il film“.
Nei suoi film sembra mancare una generazione. A chi ti sei ispirato per il confronto padri-figli?
I padri sono quelli della mia generazione e i figli sono quelli che alcuni di noi hanno avuto e che, adesso, hanno, più o meno vent’anni. Una strana linea rossa lega queste due generazioni, da quel che posso vedere, fatta di irrequietezza, curiosità, voglia di utopia. I ventenni, in più, sono più disillusi e meno ideologicamente chiusi. Cultura orizzontale quella dei giovani, al posto di quella verticale dei padri. Una rete di conoscenza, piuttosto che un “pozzo” di saggezza.
Perché hai deciso di usare un linguaggio visivo cosi frammentato?
Vivo l’esperienza a “frammenti”, seguendo tante singole storie, tante singole facce, come in un puzzle che ricompongo, poi, nella memoria.
Per raccontare Amnesia ho scelto di usare, quindi, la divisone dello schermo in più parti, a volte in maniera più descrittiva, a volte in maniera più narrativa. Lo schermo diviso in vari frammenti era molto in voga negli anni ’70 (ricordo almeno “Woodstock” e “Ipcress”), ma mi sembrava interessante non solo per descrivere la discoteca, ma anche, nel corso della storia, per evidenziare da una parte la “distanza” dei personaggi e dall’altra la contemporaneità delle vicende in cui sono coinvolti. E per dare un senso di relatività alle varie storie.
La vita è un mosaico che si compone piano piano e che, solo alla fine, speriamo di poter vedere e comprendere. Mi piaceva lasciare al pubblico il gusto di ricomporre il puzzle!
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