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"Stanley - confessa Spielberg– sedeva dietro di me mentre scrivevo il film, dicendo spesso 'No! Non farlo!' Mi sentivo come se fossi guidato da un fantasma".

L'evoluzione del progetto

L'evoluzione del progetto

A visione ultimata, un dubbio tormenta puntualmente gli spettatori di “A.I. Artificial Intelligence”: quanto appartiene a Kubrick e quanto a Spielberg? A chi dei due spetta l’anima più profonda del film? Sicuramente è quasi impossibile districare responsabilità all’interno di un progetto che, oltre ad essere stato nelle mani di due tra le più forti personalità del cinema americano, si è sviluppato nell’arco di ben venti anni, sovrapponendo e intrecciando nel tempo idee e visioni provenienti da entrambi, percorsi autonomi e vitali convergenze.
All’origine di tutto c’è comunque un racconto breve, scritto dall’autore di fantascienza Brian Aldiss: il testo appare nel lontano 1969 (con il titolo “Super-Toys Last All Summer Long”) sulla rivista Harper’s Bazaar e narra la storia di un bambino robot che cerca l’affetto della propria madre. Dopo più di dieci anni, Kubrick ne compra i diritti e inizia a elaborare il progetto di “A.I.”, ovviamente con la maniacale meticolosità che da sempre lo contraddistingue, ma anche con un’insolita disponibilità ad ascoltare consigli. Dopo averlo conosciuto nel ’79 durante le riprese in Inghilterra de “I predatori dell’arca perduta”, egli inizia infatti a consultarsi sempre più spesso con Steven Spielberg, di cui ammira le capacità registiche ma che in questo momento sente soprattutto vicino allo spirito del film: si approfondisce così un’amicizia duratura, i cui scarsissimi incontri (forse una dozzina in vent’anni) saranno compensati da vere maratone telefoniche intercontinentali.
Kubrick amplia il progetto del film assoldando uno sceneggiatore, Ian Watson, che sviluppa in un trattamento il racconto breve di Aldiss, ma soprattutto si affida a un celebre disegnatore di fumetti, Chris Baker, per elaborare alcune idee visive in veri e propri storyboard: è durante una delle rare visite a Londra, finalizzata appunto alla visione dei bozzetti, che Spielberg sente all’improvviso offrirsi la regia di “A.I.”, rimanendone, confessa, scioccato. Kubrick avrebbe mantenuto i panni del produttore, ma era pronto a cedere all’amico un film che sentiva molto più vicino alla sua sensibilità; oltre al fatto che Spielberg, merito non indifferente, avrebbe saputo girarlo in venti settimane, mentre i rinomati tempi biblici del maestro avrebbero cozzato con un ostacolo inevitabile: ciak dopo ciak, il bambino protagonista sarebbe cresciuto a vista d’occhio e di obiettivo.
Il film, tuttavia, continua a rimanere nel cassetto, soprattutto perché gli effetti speciali del tempo non soddisfano completamente Kubrick: sarà proprio la visione di “Jurassic Park” a svelargli le nuove conquiste del digitale e a fargli contattare Dennis Muren, il genio della Industrial Light and Magic con cui inizia un lungo periodo di consultazioni. Ma nel frattempo è già in cantiere “Eyes Wide Shut”, altro progetto di lunga data nel quale Kubrick si è ormai ufficialmente lanciato e che finisce per assorbire tutte le sue energie. Purtroppo, come tutti sanno, sarà il suo ultimo film.
Grazie all’intervento del produttore Jan Harlan e della moglie di Kubrick, Cristiane, “A.I.” non viene abbandonato, ed è Spielberg, ovviamente, il prescelto chiamato a dare vita all’ultima ossessione del maestro. Malgrado non scriva un copione dai tempi di “Incontri ravvicinati del terzo tipo”, egli si cimenta di persona ad elaborare la complessa sceneggiatura di “A.I.”, facendo convergere tutti gli spunti accumulati in anni di conversazioni telefoniche, bozzetti, scritture e riscritture. “Stanley - confessa il regista – sedeva dietro di me mentre scrivevo il film, dicendo spesso ‘No! Non farlo!’ Mi sentivo come se fossi guidato da un fantasma.”
In due mesi, la sceneggiatura è pronta. E nessuno dubita, ovviamente, che sia una sceneggiatura a quattro mani.



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