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Alla sua terza nomination all'Oscar, quest'anno non sembra avere rivali nella corsa alla statuetta più ambita del globo.
Russell Crowe, profumo di Oscar
Alla sua terza nomination all'Oscar, quest'anno non sembra avere rivali nella corsa alla statuetta più ambita del globo.
Chiusa questa parentesi va anche detto che Crowe, alla sua terza nomination all’Oscar, quest’anno non sembra avere rivali nella corsa alla statuetta più ambita del globo e la sua interpretazione di John Nash, il matematico sofferente di schizofrenia e premiato nel 1994 col Nobel, lo conferma tra i migliori talenti espressi dal cinema americano. “Riesco a comunicare emozioni solo se il personaggio lo richiede – premette – e per accettare un ruolo in un film devo essere coinvolto emotivamente: è questo che mi fa alzare la mattina per andare sul set”. Dal gladiatore al genio matematico, due ruoli completamente diversi ma anche accomunati da fragilità umane. “Credo che siamo tutti vulnerabili – commenta – in fondo ognuno di noi ha il suo punto debole e devo dire che mi piacciono molto i personaggi forti e allo stesso tempo vulnerabili”. Va anche detto, però, che Ron Howard, si concede qualche licenza e nelle due ore e mezza del film non c’è traccia della presunta omosessualità di Nash. In assenza del regista, Crowe difende con forza la sceneggiatura di Akiva Goldsman, ispirata alla biografia di Sylvia Nasar. “Certamente Nash aveva avuto delle relazioni precedenti ad Alicia – afferma – e anche se hanno divorziato il loro rapporto è rimasto vivo con gli anni. Qualsiasi biografia è comunque un terreno minato, quando si fa un film si cerca un messaggio da dare ed io non credo che alcuni episodi lasciati fuori dalla narrazione pesino sul film. E’ vero, Nash è stato anche arrestato in un bagno pubblico, ma c’è da chiedersi perché dopo il libro pubblicato 6 anni fa nessuno ha mai ammesso di aver avuto una relazione con lui”. Crowe, inoltre, aggiunge: “Ron Howard è un regista noto per la sua preparazione e per la cura nei dettagli, se avesse scelto di trattare questo tema si sarebbe creato il binomio schizofrenia/omosessualità e non sarebbe stato giusto per il pubblico”.
Già, perché uno degli aspetti più intensi del Nash ritratto da Crowe è proprio legato alla schizofrenia. “Il 92% di pazienti schizofrenici – conclude - soffre di allucinazioni uditive, non visive, ma il film è fatto di immagini e avevamo bisogno di questa scelta. In ogni caso Nash viene mostrato nella sua terapia in ospedale, lo vediamo sottoporsi alle cure shock-insuliniche, per cui non si può accusare il regista di aver trattato la questione con leggerezza.In America ci sono stati commenti positivi da parte degli esperti di malattie mentali, ma il film non vuole indicare una soluzione semplicistica, anzi mostra un percorso molto sofferto”.
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Ron Howard


venerdì 18 ottobre 2002
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