A Serious Man - la recensione del film

A Serious Man - Locandina
  • A Serious Man - la recensione del film

    Joel ed Ethan Coen, i "fratelli terribili" dell'establishment cinematografico americano, dopo un capolavoro di lucidità narrativa come "Non è un paese per vecchi" (No Country for Old Men, 2007) ed un divertissement raffinato come "Burn After Reading" (2008) si sono concessi un lungometraggio più piccolo, senza attori di grido, in modo da poter raccontare una storia per loro insolitamente personale, quella di un ebreo in crisi nella Minneapolis di fine anni '60 (città natale dei Coen).

    A serious man

    Quando i Coen non lavorano con il proverbiale distacco che accomuna tutti i loro grandi capolavori, perdono evidentemente la lucidità necessaria nei confronti non tanto dei personaggi che mettono in scena, quanto delle storie che vogliono raccontare. Il cinema ritenuto da molti "freddo" di Joel ed Ethan Coen si basa sull'osservazione precisa di figure anche insensate, ma inserite in meccanismi narrativi strabilianti, che pur apparentemente assurdi contengono una loro coerenza e circolarità interne che li rendono perfetti congegni ad orologeria. Su queste sceneggiature i Coen poggiano poi una messa in scena di straordinaria potenza espressiva.

    A serious man

    In "A Serious Man" manca tutto ciò che abbiamo appena elencato qui sopra: la progressione narrativa del film è inesistente, scandita in maniera confusa ed arrabattata da un accumulo di scene alcune magari divertenti ma che messe insieme non sviluppano in alcun modo una storia. Questa fragilità strutturale comporta anche una discreta dose di banalità a livello di costruzione delle psicologie, delineate addirittura attraverso sotterfugi e "trucchetti del mestiere" come flashback illogici e sbiadite scene oniriche. Anche la regia dei Coen appare insolitamente trattenuta, l'immagine non è elegante come al solito, e viene in qualche modo sprecata anche la sempre grandiosa capacità di illuminazione del loro più fidato collaboratore, un direttore della fotografia di innato talento come Roger Deakins.

    A serious man

    "A Serious Man" si conferma purtroppo come la prova evidente che tutti i cineasti, anche i più grandi, possono sbagliare un film. Joel ed Ethan Coen sono a nostro avviso coloro che più di tutti oggi nel panorama cinematografico internazionale definiscono con pienezza il concetto di "autore". Questa volta però hanno totalmente fallito il bersaglio, cercando forse di realizzare un film più intimo e biografico. Per tornare subito ai livelli che gli competono, hanno probabilmente bisogno di riacquistare quello sguardo sulfureo ed impietoso che li ha resi i geni che sono e siamo sicuri continueranno ad essere. 

TRAMA

Il film è ambientato nel 1967 a St.Louis Park, Minnesota, città natale di Joel e Ethan Coen, e segue la vita in improvvisa caduta libera di Larry Gopnik, probo e bigio insegnante universitario ebreo abbandonato dalla moglie che... LEGGI TUTTO...

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COMMENTI:
  • Domenico
    martedì 15 dicembre 2009
    ore 10:41
    Spedito alle Saturday 05 December 2009 09:49 IP 79.16.62.37 Abbiamo visto “ A serious man “ diretto da Ethan Coen e Joel Coen. I fratelli Coen li conosciamo tutti, sono dei grandissimi sceneggiatori e registi che non deludono mai. Joel, il maggiore è sempre accreditato come regista nei titoli dei film, mentre Ethan è il produttore, ma è noto che i due fanno tutto a quattro mani. Fatta eccezione per il loro penultimo film “ Non è un paese per vecchi “ che è una variante sul tema, i due brothers fanno da sempre lo stesso film almeno come tematica: i personaggi sono degli “ idioti “, quella middle class che vive ai margini non solo esistenziale delle periferie del Mondo Occidentale. Lo erano i protagonisti del trittico splendido Mister Hula Hoop, Fargo, Il grande Lebowski, ma anche di Fratello dove sei e L’uomo che non c’era; per citare i film più recenti di questo registi cinquantenni. Lo è anche il protagonista, il serious man, Larry Gopnik e il piccolo mondo che lo circonda: l’amante della moglie, i figli, il cugino, l’avvocato, il medico, i colleghi e, soprattutto, quei rabbini che dovrebbero aiutare i loro fedeli e non si sa bene chi abbia potuto aiutare loro ad arrivare dove sono giunti. Degli ‘idioti’ che tuttavia non fanno sempre ridere e forse in alcuni punti possono irritare, mentre l’ironia del racconto si tramuta in alcuni passaggi in ansia se non in fastidio per il protagonista che sembra non reagire come nella classica tradizione ebraica. Larry Gopnik è un uomo di circa quarant’anni, professore universitario di fisica ma non ancora di ruolo, ha poche pretese nella vita e alcune sicurezze. Vive in un piccolo centro del Mid West nel 1967. La moglie s’innamora dell’apparente e più concreto Sy Ableman e vuole un divorzio rituale per potersi risposarsi nella fede. Hanno due figli, un maschio e una femmina; il figlio, un anonimo adolescente dai capelli rossi, fuma spinelli e ascolta i Jefferson Airplane mentre attende di celebrare il suo Bar mitzvah; la figlia non si sa bene cosa faccia, sembra solo molto interessata a lavarsi i capelli e rubacchia il denaro al padre per rifarsi il naso, ma a sua volta è anche derubata dal fratello. Hanno un ospite da alcuni mesi, il cugino di Larry, ancora disperato dall’abbandono della moglie: russa sul divano, se ne sta in bagno per delle ore e scrive un diario sul calcolo delle probabilità. A Larry capita di tutto, è cacciato dalla moglie di casa, deve riparare in un modesto motel con il cugino depresso, imbroglione, forse omosessuale e ricercato dalla polizia; uno studente coreano lo ricatta per una corruzione di cui lui non si è reso conto e lo minaccia di diffamazione; nei giorni successivi decideranno se verrà assunto definitivamente all’università, ma non presagisce nulla di buono; una ditta di dischi pretende dei soldi per delle consegne di cui lui non sa nulla; ha un incidente d’auto e la vettura si sfascia; e come se non bastasse deve attende l’esito di alcuni accertamenti sanitari. Travolto da tutti questi guai, Larry si rivolge a uno, due e tre rabbini per ascoltare la parola di Hashem e interpretare la sua volontà. Per fortuna che giunge un uragano e termina il film. Insomma, parafrasando Voltaire, questo è il più stupido dei mondi possibili, in cui solo un uomo modesto e mediocre riesce a sopravvivere, e in questo caso i protagonisti nuotano nella religione ebraica e in quel magma esistenziale. Questione di gusti, ma del mondo ebraico e delle sue contraddizioni preferiamo l’ironia spumeggiante di Woody Allen

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